Endopank di Paternò (Catania) vandalizzata

Un gesto di inciviltà incomprensibile

Paternò, vandalizzata la Endopank, simbolo della lotta all’endometriosi

Nella giornata di domenica, 4 ottobre, è stata vandalizzata la Endopank di Paternò, (nella Città Metropolitana di Catania), la panchina gialla per la sensibilizzazione all’endometriosi, patologia che colpisce prevalentemente le donne.

A rendere nota la notizia è un post pubblicato nei canali social dell’Associazione “La voce di una è la voce di tutte, organizzazione di volontariato che si prodiga per aiutare tutte le donne, in Italia, affette da endometriosi.

Nella foto che circola da un paio di giorni su Internet, si vedono chiaramente i segni lasciati da alcuni ignoti, sulla targa installata nella panchina gialla: scarabocchi e scritte volgari che ne hanno deturpato l’aspetto originale.

Dura (e chiaramente comprensibile) la condanna dell’insano gesto, inequivocabilmente da ritenere incivile da parte dell’Associazione “La voce di una è la voce di tutte”, che denuncia l’increscioso episodio.

Endopank di Paternò vandalizzata

La panchina gialla a Paternò venne inaugurata il 7 maggio di quest’anno a Piazza Umberto, alla presenza del sindaco Antonio Naso, e della consulente alla cultura del Comune di Paternò. Francesca Putrino, che ha voluto fortemente l’installazione della Edonpank nel comune catanese.

All’inaugurazione sono intervenute, inoltre, le tutor referenti dell’associazione “La voce di una è la voce di tutte”: Laura Franco, Alessandra Cannata, e Gisella Basile, quest’ultima ha scoperto per prima il danno arrecato alla Endopank.

Fonti provenienti da membri dell’associazione “La voce di una è la voce di tutte”, fanno sapere che Francesca Putrino, e Gisella Basile si stanno facendo carico di far realizzare la nuova targa da collocare nella Edonpank.

L’atto vandalico alla Endopank di Paternò non è un caso isolato: sono 4 le panchine gialle vandalizzate

Nel commento sulla pagina Facebook dell’associazione, viene evidenziata una nota che fa emergere, un quadro poco felice riguardante il grado di senso civico, diffuso nel “Bel Paese”; il fatto di Paternò, infatti, non rappresenta, purtroppo un caso isolato; sono ben quattro i casi registrati di atti di vandalismo ai danni delle Endopank fatte installare dall’Associazione “La voce di una è la voce di tutte”.

Numeri che sia pur discreti, considerando il totale di Endopank sparse in tutta Italia che ammonta a 145, rendono comunque l’idea che a fianco delle iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica, e le istituzioni su problemi gravi, vi sono anche delle linee di pensiero diametralmente opposte, tendenti a distruggere, letteralmente, ogni forma di comunicazione che ricorre a dei simboli, come appunto la panchina gialla, per cercare di ottenere aiuto e sostegno dalla società attuale.

Gesti che manifestandosi in quella che è di fatto una violenza anche dal punto di vista psicologico, non fanno altro che mostrare un lato oscuro della cosiddetta società civile, svelando, purtroppo un’amara realtà.

L’atto vandalico registrato nelle ultime 48 ore a Paternò, tuttavia non ha sortito l’effetto (voluto o generato inconsapevolmente per pura goliardia) di scoraggiare l’Associazione “La voce di una è la voce di tutte”, come viene specificato nel post della sua pagina Facebook: «Lo avevamo messo in preventivo e non ci scoraggiamo perché la nostra missione è continuare ad informare e sensibilizzare sull’endometriosi. Nonostante tutto. Nonostante ci sia uno 0,5% di vandali che ci remano contro per IGNORANZA».

Dei gesti simili si sono verificati all’inizio di quest’anno anche nel Palermitano a Bagheria, dove nello stesso giorno sono state vandalizzate sia la panchina gialla simbolo della lotta all’endometriosi, sia la panchina viola che simboleggia la lotta alla sindrome fibromialgica, dopo circa una settimana dalla loro installazione a pochi metri l’una dall’altra.

Le parole in casi simili servono veramente a poco, e ce ne rendiamo conto, così come dovremmo renderci conto tutti che se vogliamo parlare di civiltà, se auspichiamo veramente tutti quel “ritorno alla normalità” di cui si è tanto parlato durante il lock-down, allora dovremmo renderci conto che se non vogliamo far diventare tutto “normale”, non dovremmo mai abbassare la guardia, e pensare di tacere, in segno di rispetto per una “pace malata” che alla costante ricerca del ”quieto vivere” a tutti i costi, si riduce di fatto ad una sottomissione in virtù della quale alla fine, sono i più bisognosi a pagare le conseguenze degli errori altrui.

Non è possibile pretendere un ritorno alla normalità, declamato dall’arcinoto hashtag #AndràTuttoBene, perché non è affatto così; quel giorno diventa sempre più lontano da raggiungere, se non comprendiamo un elemento semplicissimo: a furia di considerare tutto “normale”, o se preferite “ordinario”, “abituale”, va a finire che ci sfuggirà sempre il concetto stesso di normalità, e con esso anche il senso civico, una situazione decisamente incompatibile con una società che possa definirsi a pieno titolo civile.

Ecco perché occorre condannare gesti vandalici, senza richiedere punizioni troppo eccessive, limitandosi ad opere di sensibilizzazione verso l’educazione alla legalità e al senso civico, ecco perché non si deve mai piegare la testa o voltarsi dall’altra parte pensando “tanto non sono affari miei”, perché nella realtà dei fatti, invece, ci interessano tutti, indistintamente.

Nicola Scardina

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