Carcere

A causa delle drammatiche vicende di Santa Maria Capua Vetere, rischiamo di cadere nelle opposte sindromi di ingiuste demonizzazioni e inopportune assoluzioni. I protagonisti della mattanza di Santa Maria Capua Vetere non meritano di essere assolti come ha lasciato intendere l’improvvida solidarietà di Salvini, ma non può neanche passare il messaggio che le forze dell’ordine siano marce nel loro complesso perché alcune di esse si sono macchiate di episodi delittuosi come quelli di Santa Maria, come la morte di Cucchi, la mattanza di Genova ed altri episodi di violenza. Certo nelle istituzioni si annida il pericolo di una perversa autoreferenzialità con conseguente abuso di potere ( quanto emerso in seno alla magistratura ne è la testimonianza ), ma non si può per questo liquidare tutto con ingenerose generalizzazioni che mettono in discussione la credibilità delle istituzioni. Le mele marce ci sono ma ci sono anche gli anticorpi dello Stato.

Sugli agenti penitenziari bisogna poi fare un discorso a parte. Gli agenti penitenziari hanno un compito difficile e delicato perché si confrontano con una realtà particolarmente complessa in cui l’incidente è sempre dietro l’angolo. Agenti e detenuti sono pur sempre protagonisti di un rapporto in cui gli uni sono i custodi della libertà degli altri e nell’animo di entrambi si sedimenta un rancore che rischia di sfociare in episodi di violenza.

Ho conosciuto agenti che pativano la loro condizione di “carcerieri” e la somatizzavano fino a vivere una condizione sociale e familiare insostenibile che in qualche caso ha portato al suicidio. In questo clima può accadere che la voglia di rivalsa si possa tradurre in episodi come quelli di Santa Maria Capua Vetere o come quelli ancora più indegni dell’Asinara e di Pianosa. Agenti e detenuti vivono una coesistenza che può essere conflittuale ma può anche virare verso un rapporto di civiltà che non releghi l’agente nel ruolo di carceriere e il detenuto in quello di vittima ma li unisca in un unico scopo, il riscatto del detenuto grazie al ruolo dell’agente che lo accompagna in questo percorso, come d’altronde prevede la Costituzione. Basta che lo Stato lo voglia.

 

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Nino Mandalà